Insegnare il coraggio

Vladimir Kush
Vladimir Kush

Vivere e lavorare con i giovanissimi significa elevarsi, farsi carico di menti ancora poco contaminate. Non perchè malizie non ne abbiano, ma sono ingenue e chi svolge la mia professione sa anche simulare distrazioni per evitare continui provvedimenti disciplinari.

Il rischio che si corre è quello di minimizzare i disagi paragonandoli a quelli degli adulti e per questo serve non solo attenzione, ma un continuo vigilare sulle proprie percezioni. Un pianto improvviso non può essere sbrigativamente collocato nella sezione capricci-fisime-isterie, ma va indagato ed anche a fondo, senza allarmismi ma nemmeno con superficialità, e per questo basta un po’ di attenzione: di contro, ad una mente in formazione può costare molto cara una nostra disattenzione.

E’ questa la responsabilità che dobbiamo assumerci. Scegliere di vedere, di occuparcene anche quando si rischia di essere considerati intrusivi e di certo non per mancanza di riservatezza e prudenza, ma perchè poche famiglie, ad oggi, sono in grado di collaborare e considerare gli insegnanti degli alleati anzichè dei nemici da contrastare in nome del trofeo finale: il voto. Ma ci sono cose più importanti a cui prestare attenzione. Sempre più spesso, ci capita di rilevare insicurezze inascoltate, di restituire il sorriso a ragazzi che l’avevano perso, di aiutarli a crescere grazie alle problematiche che vengono fuori nelle difficoltà di approccio al lavoro scolastico.

Mi sono sempre chiesta se il coraggio si possa insegnare. Se non proprio il coraggio, si può insegnare a non vivere in bianco e nero, a dubitare delle proprie percezioni negative, a capire che la propria visione è limitata e circoscritta. A sperare, si, quello si può insegnare.

Purtroppo una buona fetta di questa società liquida è persuasa di poter sostituire la scuola con google, ignorando o fingendo di ignorare quanto gli apprendimenti siano finemente intrecciati con le relazioni umane; mi sembra di essere tornata nell’età oscura, quando le menti mollemente atrofizzate seguivano a ruota gli imbonitori di turno. Anzi, peggio, perchè da una parte sosteniamo quelle strategie che facilitano l’interdipendenza positiva, il problem solving, il cooperative learning ma dall’altra possiamo osservare il disfacimento totale delle condizioni in cui tali strategie possano agire, trasformandoci in burocrati e tuttologi, allontanandoci dalla funzione di facilitatori di quella zona di sviluppo prossimale che serve ad apprendere senza provare ansia da prestazione o addirittura angoscia.

La scuola deve cambiare ma non è con soluzioni spregiudicate che potremo attuare la metamorfosi che serve alle generazioni future. E di certo, nulla è casuale.

Maria Antonietta BS

 

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15 thoughts on “Insegnare il coraggio

      1. Mi spiego meglio. A gestire le paure, l’angoscia si impara gradualmente. Se tu spiani la strada da tutti i problemi, si ritroveranno da adulti ad affrontare tutto di colpo…ma l’ignoranza regna sovrana, la politica ha creato la scuola-azienda, i genitori e alunni sono clienti. L’educazione va a puttane.

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  1. Da mamma di un ragazzo DSA mi sono trovata ad affrontare numerosi insuccessi e conseguenti crolli psicologici. Solo affrontando la questione e rafforzando il bambino si possono ottenere risultati. Dopo anni difficili sono arrivati i successi, grandi successi oserei dire. L’approccio migliore è sempre rafforzare proteggendo. La sola protezione porterà i ragazzi a non crescere e ad essere deboli e perdenti sempre. D’altronde sono le nostre debolezze e le nostre fragilità che ci fanno crescere come individui.

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    1. Ahhhh, se sapessi quante lotte ho sostenuto con gente ignorante per far capire cosa sono i DSA. Io che da subito ho frequentato corsi di aggiornamento per sapere come procedere nella didattica, tante volte devo ancora ribadire che non è una malattia, e nemmeno un deficit intellettivo. Ho avuto alunni con DSA intelligentissimi, non mi stancherò mai di ripetere che tante volte è il non riconoscimento del disturbo che determina i rallentamenti nell’apprendimento, quindi bisogna mettere in atto tutte le strategie del caso dopo aver individuato lo stile cognitivo dell’alunno, pianificando urgentemente il PDP. L’urgenza è giustificata dall’esigenza di fare meno danni possibili all’autostima dei ragazzi. La didattica è inclusiva quando le strategie si adattano allo stile cognitivo: mappe concettuali come se piovesse, power point in cooperative Learning (che io adoro) e cose di questo tipo. Ma ora basta, ti sto intossicando. Questo era per dire che i genitori devono fare i genitori che alla didattica ci pensiamo noi.

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      1. Purtroppo Maria Antonietta non è così. Non tutti i docenti sono informati e molti tra i più anziani pensano che siano tutte cavolate e non permettono ai ragazzi di usare le misure compensative. Mio figlio da quando ha introdotto le misure compensative (uso PC,e mappe concettuali, i power point ecc) ha affinato la sua autostima( e qui ci vuole grande collaborazione tra scuola e famiglia) e ha avuto dei risultati sorprendenti. Il suo PdP prevede solo misure compensative e nessuna dispensativi. Alla didattica pensano i docenti chiaramente ma i genitori devono collaborare anche per creare un clima disteso con gli altri genitori. Quante volte mi è stato detto che non è giusto che mio figlio …. Ecc ecc tanta pazienza e tanta informazione è necessaria.
        E comunque sono fiduciosa perchè rispetto a dieci anni fa c’è molta molta più informazione

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  2. Quel “poche famiglie, ad oggi, sono in grado di collaborare e considerare gli insegnanti degli alleati anzichè dei nemici da contrastare in nome del trofeo finale: il voto” dice tutto. Secondo quel che vedo da fuori oggi la scuola è divisa in tre macrosoggetti ognuno dei quali persegue propri obiettivi. I ragazzi/genitori per cui guai a toccare i propri figli. La politica/presidi atrenti al marketting, al bilancio e voi docenti(almeno quelli che ci tengono ad esserlo davvero!) che vorreste dare ma siete sempre meno messe in condizione di farlo e finite piuttosto per prenderle.

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  3. Anche il mio Gio … non c’era ancora la legge…
    e spesso la risposta era “SUO FIGLIO è UN DIVERSO!” & ” O non ha voglia di far niente”
    ma che fatica … far capire e cosa significa veramente
    … Adhd & DSA / BES
    Le informazioni non sono mai sufficienti …
    Disabilità – Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) – Bisogni Educativi Speciali (BES)
    http://www.istruzione.it/dg_studente/disabilita.shtml#.Vzb1t9R96t9


    bUONa DomenicA 🙂

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