Diventeranno degli automi?

Se oggi è ancora importante comunicare, è anche vero che sempre più si cerca di usare il canale comunicativo che si ritiene più favorevole, ci si nasconde, si seleziona, si predilige spesso il virtuale, sia per usare la parola che per pubblicare dei selfie, a seconda del social in uso.
I nativi digitali hanno le stesse paure dei loro genitori, le stesse insicurezze ma si trovano a vivere un’età critica in un’epoca in cui è possibile nascondersi, evitando il confronto totale con gli altri, presente in ogni vera relazione ma che evidentemente crea ansia perchè costringe a mostrare i lati meno favorevoli e convenienti, le proprie ombre.
Oggi ci sono moltissimi giovani che si nascondono dietro un avatar, un simbolo che spesso rappresenta ciò che vorrebbero essere e non (purtroppo) ciò che li rappresenta per ciò che sono.
Bisogna capire che questo atteggiamento dipende dalla carenza di competenze emozionali, da scarsa autoconsapevolezza, difficoltà nell’usare i vari canali comunicativi; più mancano queste interazioni con gli altri, più la lacuna nelle proprie abilità sociali si ingrandisce, facendo chiudere i giovani in se stessi, al punto da non uscire più di casa, rinunciando a tutto, in primis alla realizzazione di se stessi, sociale e lavorativa.
Oggi ciò che manca è una famiglia che dedichi tempo ai figli. I genitori sono troppo presi dai loro impegni ma anche immersi in una mentalità troppo narcisistica ed edonistica per accorgersi che non è normale che i propri figli rimangano così tante ore da soli, spesso davanti ad un computer senza peraltro avere l’esperienza necessaria per poter dribblare i pericoli di Internet.
Una volta i ragazzi avevano possibilità di socializzare in molti luoghi, oggi molto ridotti non solo come quantità ma soprattutto come qualità. L’unico modo per tirarli fuori da quelle visione quasi autistica della realtà è comunicare con loro e per farlo serve un linguaggio comune che è sempre l’adulto che deve trovare, assumendosi la responsabilità della qualità comunicativa.
In primis, serve l’esempio. Avere intorno a se’ una fitta rete di relazioni, nelle quali si possa anche distinguere una diversa gradazione di priorità è il migliore insegnamento che si possa dare. E’ così che si imparano i linguaggi, il rispetto per la diversità, lo stare insieme, la negoziazione.
Invece, dove ci sta portando questa società autistica dove, per compiere sempre meno sforzi, si preferisce affidarsi alle macchine? Diventeremo (diventeranno) degli automi?
Maria Antonietta BS

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Una relazione non è mai solo una connessione. In una relazione vera non si può barare, ne’ bluffare.
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24 pensieri riguardo “Diventeranno degli automi?

  1. “società autistica” è un ossimoro perfetto per descrivere la brodaglia in cui ci stiamo dissolvendo. Adulti!? Esseri mitologici di romanzetti adolescenziali…
    inutile dire che concordo in toto; a volte comunque mi consolo pensando che basterebbe un blackout elettrico globale di un annetto per farci ricordare cosa significa essere umani. Chissà, magari arriva 🙂

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  2. Ci sono le eccezioni, per esempio io preferisco di gran lunga comunicare a voce. Ed ho 24 anni. Parlo bene, merito del lavoro (ristorazione) ove sei obbligato a comunicare bene altrimenti non guadagni e non prendi mance… ma è un fatto di cultura personale comunque.
    Ho sempre avuto la mentalità molto aperta (retaggi di famiglia particolari) e quindi conservo valori (i valori giusti non verranno mai distrutti dalla tecnologia). La mia generazione, 1992, è stata fra le ultime che ancora si divertivano fuori all’aperto. La tecnologia, quando ero piccolo, per quanto era già notevole ma non era di certo come ora o all’inizio del 2000. La tecnologia ha fatto il boom proprio dal 2000 ad ora, con la rivoluzione digitale che ha portato pro, come anche tanti contro.

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  3. La genitorialita è vissuta in modo molto diverso oggi rispetto al passato. La nostra generazione è lontana anni luce da quella dei nostri genitori. Credo che il rapporto tra genitori e figli in alcuni casi sia molto più stretto e attento. Non esistono quasi più ad esempio quelle figure di padri distaccati che pensavano solo a portare. A casa i soldi e mantenere la famiglia e pensavano che il loro ruolo di padri fosse finito. Allo stesso tempo però oggi spesso i genitori vogliono fare la stessa vita dei figli, rivivere la loro giovinezza in loro e questo porta a dire spesso troppi sì trippe concessioni pensando a ciò che a loro era stato negato.
    Ma l’evoluzione è questa? È necessario questo comandamento generazionale? È del tutto negativo o ci sono anche aspetti positivi?

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  4. Ormai la società moderna è fondata sugli smartphone e le persone che ci stanno incollate dalla mattina alla sera non si accorgono di essere diventate schiave. Non c’è più comunicazione ormai, non esiste amicizia o amore. Spesso sento dire a qualcuno che ha amici virtuali, fidanzata virtuale, vita virtuale….e il resto? Nemmeno escono più di casa, stanno tutto il tempo dentro quel mondo alternativo dove possono spacciarsi per quello che non sono. Hanno paura poi di venire allo scoperto. Ma ne vale la pena di seguire la tecnologia in questo modo fino a distruggere la propria vita privata? Vedo coppie a cena che non si guardano più negli occhi, troppo occupati a controllare il cellulare. Persone che camminano per strada sempre con questo coso nelle mani. Ormai il mondo è perduto.

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  5. Tasto matto

    di Fausto Corsetti

    Carta profumata, bigliettini con disegni, frasi che davano spazio ai sentimenti. Oggi, invece, le emozioni passano attraverso i tasti, poco cambia se del cellulare o del computer.
    Dalle lettere che coprivano lunghe distanze impiegando giorni e giorni per giungere a destinazione, alle e-mail che ci arrivano qualche attimo dopo l’invio, alle chat o agli sms tramite i quali ci si può scrivere avendo una risposta nel tempo necessario per scriverla.
    Anno dopo anno si son fatti meno auguri a voce e per telefono e anche per e-mail; e tantissimi via social network, magari “urbi et orbi”. Ci sono stati meno incontri anche brevi per salutarsi. In compenso, nei momenti in cui si riusciva a tirare il fiato, si andava online. Per scambiare due chiacchiere con qualcuno che non fosse un cognato; per fare battute sugli ultimi strani eventi italiani; per rincuorare tutti, a metà pomeriggio del 25 dicembre, con dei “forza e coraggio” a sindrome influenzale galoppante. Poi magari ci si è visti con gli amici. I soliti. Non quelli, magari centinaia, che abbiamo su Facebook. E che stanno portando la parte “più evoluta” del pianeta, insomma i milioni e milioni di Facebook, quelli di Twitter e gli altri, a ridefinire il concetto di amicizia. Non più legame affettivo e leale tra affini che fa condividere la vita e (nella letteratura classica) la morte. Assai più spesso, un contatto collettivo. Non più una frequentazione continua fatte di serate, discussioni, reciproche consolazioni. Casomai, un dialogo virtuale fatto di battute tra individui che quando va bene hanno incrociato i propri sguardi due volte…
    Tempi di “social networking”: l’amicizia si sta evolvendo, da relazione a sensazione. Da qualcosa che le persone condividono a qualcosa che ognuno di noi abbraccia per conto proprio. E non è poi raro che, dopo certi pomeriggi domenicali passati a chattare, ci si senta non appagati, guarda caso, lievemente angosciati e col mal di testa.
    In tanta pantagruelica abbuffata di parole la comunicazione e il modo di scrivere sono lentamente e inesorabilmente cambiati.
    Ci siamo tutti impoveriti nel linguaggio. Un buon discorso fatto fra due o più persone, nel passare da vocale a scritto, ha perso tutto il fascino di una tranquilla chiacchierata tra amici: non ci si guarda più in faccia per dirsi qualcosa ma si rimane incollati a schermi e schermucci a “pestare” o “lisciare” una tastiera, aspettando una risposta dall’altro.
    Guardarsi negli occhi mentre ci si parla è importante perché lo sguardo rispetto alle parole esprime meglio i concetti, i sentimenti, gli stati d’animo. E’ troppo comodo mascherarsi dietro uno schermo ed esprimere ciò che si pensa piuttosto che affrontare la conversazione a viso aperto.
    E’ innegabile d’altro canto che questo sia uno strumento comodo e veloce per comunicare e trasmettersi informazioni o materiale, ma – come tutte le cose – anche questo deve essere adoperato nel giusto modo perché risulti veramente utile e non diventi un alibi, un paravento dietro cui nascondersi per paura di affrontare l’interlocutore faccia a faccia.
    Da tutta la tecnologia che ci “avvolge” e continuerà ad avvolgerci non trarre beneficio sarebbe forse poco intelligente, l’importante è usarla con raziocinio e quando realmente serve, e non per pigrizia o altro; ci deve aiutare a semplificare le cose non a renderci più pigri; avari persino nella possibilità di scambiarsi uno sguardo.
    Anche una mano che accarezza, se non è accompagnata da uno sguardo che sostiene e che avvolge, non è efficace e convincente. Sono infinite le parole che possiamo scrivere o pronunciare , ma solo poche quelle che restano, che riescono ad abitare le stanze interiori del cuore.

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