A cosa serve l’esperienza

C’è stato un tempo in cui ci si riuniva tutti a tavola e si parlava. O meglio, tutti raccontavano la loro giornata e i genitori spiegavano la vita ai figli. C’era un tempo in cui i vecchi venivano coccolati ed ascoltati come libri di saggezza, non come ora, tra badanti ed ospizi.
C’era un tempo in cui si sbagliava di meno perchè ancora non si era invasi dal senso di onnipotenza ed onniscienza che oggi opprime gli animi che, per assurdo, si credono più liberi.
C’era un tempo in cui la gente ignorante sapeva di esserlo. Era un tempo in cui ci si affidava solo alla saggezza, si accettavano lezioni solo da persone che nella vita avevano seguito la verità, non le menzogne di chiunque, non da falsi profeti e predicatori del falso.
Quelli che “come fai a saperlo se non ci sei passato tu in persona”?
A cosa serve l’esperienza? A non ricominciare da zero, a partire avvantaggiati. A cosa serve l’informazione, la cultura? A non essere ingenui. A cosa serve la storia? A capire il presente.
Maria Antonietta BS

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Mi faccio un tè- la mia pausa
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14 pensieri riguardo “A cosa serve l’esperienza

      1. capisco benissimo lo sfogo e mi unisco accorato… non a caso ho una categoria “odioisessantottini”. Mi dispiace dirlo, ma consapevoli o meno, con nobili o vili intenzioni, sono stati loro i distruttori del senso della cultura, che era ed è sempre stato primariamente identità. Sostituita con un nulla amorfo e deprimente in cui si galleggia senza scopo e senza riferimenti

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  1. Ecco, io appartengo proprio ad un mondo che non esiste più conscio di essere ignorante tendo sempre ad ascoltare chi ne sa di più sia perchè oggettivamente colto e sia perhè ha l’esperienza! Oggi, parli con dei ragazzini e ti accorgi che questi aspetti non sono assolutamente parte del loro bagaglio…pensano di saper tutto, di aver capito tutto e non si rendono conto che, ogni tanto dovrebbero solo tacere!

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  2. Hai perfettamente ragione. E le nuove generazioni sono le peggiori! Questo inverno ho lavorato con una ragazza 19enne, che pensava di sapere tutto, che non sbagliava mai, che quando le facevo notare una cosa (vista la mia esperienza sul campo) non accettava mai il consiglio e voleva sempre avere ragione lei. E pure ignorante, come scrivi tu, senza le basi, senza passione per le cose, una che non legge neanche, ma che deve sempre dire la sua (molte volte senza senso legato al discorso che si faceva), e un grande senso di onnipotenza….Ahimé.

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      1. assolutamente no…sai quanto ho imparato, per esempio, da La Storia di Roma e la Storia dei Greci del grande Indro montanelli? moltissimo..umorismo da toscanaccio accoppiato a una ricerca storica accuratissima…certosina direi. Così per fare un esempio…

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  3. IN PROFONDITA’

    di Fausto Corsetti

    Ammettiamolo: abbiamo un debole per quelli che sanno parlare. Il dono della parola ci affascina. Al punto che, spesso, quasi non ci importa quello che viene detto. Gli affabulatori, i funamboli di ardite metafore, i parolai sono capaci di farci cambiare idea, stravolgere le nostre convinzioni. Una bella frase, il giusto tono di voce, una mimica vivace et voilà, il gioco è fatto.
    Quanta leggerezza, superficialità in giro! Nei giornali, alla radio, in televisione, nei piccoli schermi saltellati da dita impazienti, nei contesti più diversi della vita quotidiana.
    C’è, in tutti gli uomini, una superficie e una profondità. La superficie è piatta e uguale, la profondità un abisso.
    Viviamo spesso in superficie, nel mondo della banalità, del “si dice”, della chiacchiera, del distrarsi, del ripetuto, dove non ci sono emozioni ma, al massimo, sorpresa o curiosità, talvolta soltanto pettegolezzo.
    Possiamo restare giorni e giorni incollati al televisore, guardare tutti i talk show, tutti i dibattiti politici, tutti gli incontri salottieri, e non allontanarci un istante dalla superficie. Possiamo perfino andare in vacanza, fare affari restando in superficie.
    Eppure, è strano, non poche sono le persone attratte dalla profondità.
    Alcuni, ad esempio, dicono di voler provare delle emozioni forti, adrenaliniche, magari correndo in automobile, praticando attività sportive estreme oppure cimentandosi in prove “no limits”: cercano qualcosa che sta al di là.
    Non è detto che la trovino, forse la trovano per un istante e devono perciò ripetere l’esperienza estrema, finché anche questa non si usura, non perde potere e novità.
    Eppure tutti, ogni tanto, siamo condotti sull’abisso della profondità quando qualcosa scuote i fondamenti della nostra esistenza.
    Quando siamo impegnati in una lotta disperata per ottenere un risultato, per superare una dura prova e ci riusciamo. E proviamo un senso di immensa esultanza, il momento di “gloria” che potremo ricordare. Oppure, sul versante negativo, quando muore una persona che ci è cara o ci ammaliamo di una malattia di cui temiamo gli esiti e ripercorriamo, riguardiamo con occhi diversi tutti i nostri rapporti, tutta la nostra vita.
    Distinguiamo, allora, ciò che è essenziale da ciò che essenziale non è, la superficie dalla profondità. Capiamo che la profondità è sacra.
    E, di più: accade di incontrarla quando ci innamoriamo, quando il nostro animo si dilata e diventa capace di emozioni, di pensieri tanto più grandi di noi stessi che vorremmo abbracciare il mondo e fonderci con esso.
    Afferrati dall’amore, possiamo essere felici solo con chi amiamo e se ci distraiamo, se preferiamo altre compagnie o altre cose, la nostra unicità si incrina, si degrada. L’amore è esigente. Tutte le cose perfette richiedono una concentrazione totale: il compositore è totalmente assorbito dalla sua musica, lo scrittore dal suo romanzo.
    Sicuro, c’è un’altra strada verso la profondità: l’arte, la grandissima arte.
    Ci sono dei libri, dei romanzi, dei film, dei brani musicali, talvolta delle opere di pensiero, che invadono il nostro spirito e sembrano sul punto di farlo esplodere tanto ci apriamo al mondo, agli altri, a noi stessi: vediamo, così, qualcosa della nostra essenza, di cosa potremmo essere.
    Allora il nostro abituale modo di vivere ci sembra un vestito vecchio, abbandonato in un angolo di una stanza.
    Non è facile riconoscere il respiro profondo della speranza che trascende la provvisorietà o l’oscurità del quotidiano. Spesso il futuro intimorisce o quantomeno preoccupa. Eppure, la vita si distende nella ferialità, nel succedersi instancabile di piccoli avvenimenti, di speranze nuove, una successiva all’altra.
    Nella consapevolezza dei giorni, si illuminano gli abissi dell’anima, si alimentano di colori mai visti, di promesse coltivate, di parole gelosamente custodite nel silenzio: chi ha visto sorgere il sole può sperare, anche in piena notte, che l’indomani torni a brillare il giorno.

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